Don Lorenzo Milani
testo preparato da Piero Bugiani per l'ultimo incontro de I Testimoni della fede , svoltosi a Canneto il 3 Maggio 2010.
DON LORENZO MILANI
Questo è l'ultimo – e il più disorganico – dei nostri incontri. Può sembrare, a ragione, un po' sconclusionato, ma per me era “materia calda” (che espressione infelice per il nostro povero prete...) e quindi sono andato...là dove mi portava il cuore (sento già fremere una tomba alle falde del monte Giovi per questo accostamento).
A me pare un po' strano cominciare con la biografia di Lorenzo Milani. Ho idea che tutti la conoscano, visto che ha vissuto nella nostra terra, solo pochi decenni fa.
Però certe volte io mi dimentico quando sono nato e non penso che ho i capelli bianchi. Quindi, scopiazzando a destra e a manca, ma aggiungendoci qualcosa di personale verso la fine, ripropongo la vita di questo sant'uomo. Più breve di così era impossibile: o si legge tutta o nulla.
BIOGRAFIA
Lorenzo Milani Comparetti, nato il 27 maggio 1923, era figlio di un'agiata famiglia di intellettuali fiorentini, secondogenito di Albano Milani e Alice Weiss e pronipote del grande filologo, papirologo ed epigrafista Domenico Comparetti (che, tra l'altro, a 54 anni imparò il finlandese e scrisse un memorabile saggio sul Kalevala, l'epopea di quel popolo).
Lorenzo era un ragazzo vivace e intelligente, anche se negli anni dell'adolescenza poco propenso allo studio (rischiò anche di essere bocciato), tra il 1941 e il 1943 coltivò la passione per la pittura, studiando prima come privato, poi a Milano all'Accademia di Brera. Nell'estate del 1942, durante una vacanza a Gigliola (Montespertoli) Lorenzo decise di affrescare una cappella; durante i lavori rinvenne un vecchio messale la cui lettura lo appassionò notevolmente. Successivamente, al ritorno a Milano, si interessò di liturgia. Questo probabilmente fu il suo primo vero contatto con il cristianesimo, dato che la sua famiglia non era mai stata religiosa, quando non espressamente anticlericale. I Milani avevano battezzato i loro figli solo per paura di ripercussioni in epoca fascista, dato che la madre Alice era ebrea, anche se non credente. Lorenzo lo chiamò sempre il suo "battesimo fascista". Nel giugno del 1943 Lorenzo si convertì; l'inizio di questa svolta fu il colloquio, avvenuto in modo casuale, con don Raffaele Bensi, che in seguito fu il suo direttore spirituale. Le circostanze della sua conversione sono sempre rimaste piuttosto confuse ed oscure, e non sembra che ci sia stato nessun evento specifico che abbia provocato la conversione del giovane Lorenzo. Il 12 giugno dello stesso anno fu cresimato dal cardinale Elia Dalla Costa.
Il 9 novembre 1943 entrò nel seminario di Cestello in Oltrarno. Il periodo del seminario fu per lui piuttosto duro, poiché Lorenzo cominciò da subito a scontrarsi con la mentalità della Chiesa e della curia: non riusciva a comprendere le ragioni di certe regole, prudenze, manierismi che ai suoi occhi erano lontanissimi dall'immediatezza e sincerità del Vangelo.
Fu ordinato sacerdote nel duomo di Firenze il 13 luglio 1947 dal cardinale Elia Dalla Costa.
Uscito dal seminario, dopo un breve incarico a Montespertoli, viene nominato cappellano nella parrocchia di S. Donato a Calenzano, alle porte di Firenze. Si trova ad operare in una realtà rurale arretratissima; i suoi parrocchiani sono braccianti, pastori e operai, perlopiù analfabeti.
“Da bestie si può diventare uomini e da uomini santi, ma da bestie a santi in un passo solo non si può diventare”. Don Milani si convince che sia dovere della Chiesa occuparsi dell’istruzione dei suoi fedeli, soprattutto dei più deboli.
Maestro, dunque, prima ancora che prete: è l’intuizione di Don Milani, partire dalla scuola.
In Italia gli analfabeti sono 5 milioni, il 13% della popolazione italiana. Don Milani decide di partire dalla lettura dei giornali in classe, analizzando i temi dell’attualità e soffermandosi a lungo sui termini difficili.
“Con la scuola non li potrò far cristiani ma li potrò far uomini”: egli è convinto che solo la cultura possa aiutare i contadini a superare la loro rassegnazione e che l’uso della parola equivalga a ricchezza e libertà. Deve essere un luogo che accetti tutti; alle aule decide di togliere il crocifisso affinché ciascuno, credente o ateo, si possa sentire a casa sua.
Quella di Don Milani si rivela subito qualcosa di più di una scuola; a S. Donato il sacerdote costruisce una comunità, dove ogni regola gerarchica viene sconvolta.
A Calenzano scrisse Esperienze Pastorali, che ebbe una forte eco per i suoi contenuti eterodossi: Giovanni XXIII, venutone a conoscenza, non esitò a definire l'autore addirittura come “un pazzo scappato da un manicomio”.
Nel dicembre del 1954, a causa di screzi con la curia di Firenze, venne mandato a Barbiana, minuscolo e sperduto paesino di montagna nel comune di Vicchio, dove iniziò il primo tentativo di scuola a tempo pieno, espressamente rivolto alle classi popolari, dove, tra le altre cose, sperimentò il metodo della scrittura collettiva (ma v. sotto). Opera fondamentale della scuola di Barbiana è Lettera ad una professoressa (maggio 1967), in cui i ragazzi della scuola (con la regia di don Milani) denunciavano il sistema scolastico ed il metodo didattico che favoriva l'istruzione delle classi più ricche (i cosiddetti "Pierini") lasciando la piaga dell'analfabetismo su gran parte del paese. La Lettera ad una professoressa fu scritta negli anni della malattia del prete. Alla morte di don Milani il libro ricevette un incremento di vendite incredibile, diventando uno dei testi fondanti del movimento studentesco del '68 in Italia. Altre esperienze di scuole popolari nacquero nel corso degli anni basandosi sull'esperienza di Don Lorenzo.
Fu Don Milani ad adottare il motto I care, letteralmente "m'importa, ho a cuore" (in dichiarata contrapposizione al "Me ne frego" fascista), motto che sarà in seguito fatto proprio da numerose organizzazioni religiose e politiche. Questa frase, scritta su un cartello all'ingresso, riassumeva le finalità educative di una scuola orientata alla presa di coscienza civile e sociale.
In seguito ad un suo scritto in difesa dell'obiezione di coscienza (pubblicato dal settimanale "Rinascita" il 6 marzo 1965), venne processato per apologia di reato ed assolto in primo grado, ma morì prima che fosse emessa la sentenza di appello. Don Lorenzo infatti lasciò questo mondo il 26 giugno 1967.
Dopo la morte apparvero altri scritti, in particolare le Lettere, le Lettere alla madre e L’obbedienza non è più una virtù. Le carte originali di Don Milani sono custodite presso l'Istituto per le Scienze Religiose di Bologna e presso la Fondazione don Lorenzo Milani di Firenze.

COMMENTO PERSONALE
La maggior parte dei testi sono stati scritti cooperativamente da tutti i ragazzi che hanno frequentato la scuola: questo si legge nelle varie biografie milaniane. Per me è una balla: in realtà senza don Lorenzo alle spalle quei ragazzi avrebbero scritto molto meno. Infatti, a mio avviso, egli era un maestro grande, eccezionale, straordinario (...e sinonimi), ma inimitabile. Paradossalmente, lui che alla scuola ha dedicato una vita,...non ha fatto scuola. La sua intelligenza, la sua smisurata cultura che gli veniva dalla colta classe – classe, non casta, si badi bene – borghese cui era appartenuto, la sua vivacità mentale, la sua eccelsa capacità di scrivere e mille altre sue virtù non erano esportabili. Molti dei suoi allievi non hanno fatto altro che scimmiottarlo, spesso iniziando penosamente discorsi in pubblico affermando “io sono un alunno di don Milani”...come se fosse un'etichetta di garanzia. Nessuno di loro si è distinto per particolari meriti o capacità, nessuno ha proseguito l'opera del priore, anche perché nessuno– che io ricordi, ma posso sbagliare – si è fatto prete. E don Milani era prima di tutto un sacerdote cattolico, tenacemente cattolico apostolico romano. Quindi scindiamo subito don Lorenzo dai suoi discepoli, anche se questa è una sua grande sconfitta...
Iniziamo con un brano famoso (e polemico) di Milani:
Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. (Risposta ai cappellani militari, 1965)
Dalla Scrittura:
“Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,4).
“Avrei molte cose da dire e da giudicare sul vostro conto; ma colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui” (Gv 8,25-26).
“E, richiamatili, ordinarono loro di non parlare assolutamente né di insegnare nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni replicarono: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato»” (At 4,18-20).
Don Milani è morto da più di quarant'anni, riposa a un centinaio di metri da quella che era stata la sua casa per eccellenza ovvero la canonica di Barbiana. Per tanti motivi, compresi quelli anagrafici, non l'ho mai incontrato, ma l'ho sempre sentito vicino. Era stato cappellano della parrocchia della mia mamma, S. Donato a Calenzano: “Aveva una vocina..... – ricordava – il nostro vecchio proposto gli voleva un gran bene, anche perché quando veniva a trovarlo la sua mamma [Alice Weiss] gli lasciava parecchi soldi e lui dopo un paio di giorni non aveva più neanche una lira, dato che i quattrini li dava ai tanti poveri che c'erano allora”. Mio zio invece ce l'aveva con lui, perché era membro dell'Azione Cattolica e don Lorenzo a questa associazione non accordava alcun privilegio particolare, perché “diceva che c'interessavano solo i giochi e la musica”.
Grande estimatore del priore era invece il mio professore di lettere del liceo, Agostino Ammannati, che passò più di un'estate in Mugello a insegnare ai ragazzi del posto o comunque raggiungeva spesso Barbiana per offrire la sua collaborazione. Il professore – la mamma lo chiamava “l'Ammannato del Pratello” dal nome della fattoria dov'era nato, a Travalle – , vecchio Azionista, originario di una famiglia del popolo e che non apprezzava particolarmente i figli dei ricchi pratesi che frequentavano il classico (per lui erano i “borghesucci della Pietà”), credeva fermamente nell'opera educativa di don Milani, convinto com'era che la diffusione della cultura avrebbe provveduto ad attutire i dislivelli sociali ed economici.
Mentre scrivo queste righe mi accorgo quanto siano lontani quei tempi. E' passato forse più di un secolo e se penso a tante questioni che allora parevano scottanti (il rapporto tra cristianesimo e marxismo, l'acculturamento delle masse, la chiesa e i lavoratori, le fabbriche e i preti operai......), ho proprio la sensazione che di secoli ne siano passati due, tre...
Perché iniziare dunque con polemicissima risposta ai cappellani militari, che lo avevano denunciato e consideravano “un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, e espressione di viltà” ? In fondo essi sostenevano che il loro era “un documento sobrio, estremamente efficace, tutto pervaso di genuino sentimento cattolico e di fervido amore per l’Italia”.
Perché, dico io, la storia si ripete: siamo tutti presi, come i cappellani, a dividere gli italiani dagli stranieri, anzi siamo ancor più 'avanzati', dividiamo italiani da italiani (“i romagnoli si devono decidere: vogliono essere il sud della Padania o il nord della Calabria?” ha detto per esempio un sobrio ministro, eletto nel Partito dell'Amore). E tutti comunque, anche quelli di altre fazioni politiche, facciamo parte di quei privilegiati e oppressori che ogni giorno si trovano davanti i diseredati e oppressi, che vengono a cercare lavoro, che occupano le nostre strade e piazze, che sinceramente ci infastidiscono con le loro querule richieste alle porte delle chiese e dei bar, con i vari casini che provocano...insomma siamo anche noi quelli si confondono dinanzi alla frase gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.
Da ricco che era don Lorenzo si era messo alla sequela di Cristo, che “si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8-9). Questa testimonianza di vita è la prima, principale attestazione della sua fede.
Ancora un passo dalla risposta ai cappellani:
Questa tecnica di amore costruttivo per la legge l’ho imparata insieme ai ragazzi mentre leggevamo il Critone, l’Apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro Vangeli, l’autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima. Vite di uomini che sono venuti tragicamente in contrasto con l’ordinamento vigente al loro tempo non per scardinarlo, ma per renderlo migliore. L’ho applicata, nel mio piccolo, anche a tutta la mia vita di cristiano nei confronti delle leggi e delle autorità della Chiesa. Severamente ortodosso e disciplinato e nello stesso tempo appassionatamente attento al presente e al futuro. Nessuno può accusarmi di eresia o di indisciplina. Nessuno d’aver fatto carriera. Ho 42 anni e sono parroco di 42 anime!
Don Milani 2
Dalla Scrittura:
“Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. (Gv 3,17)
“Se dunque avete liti per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente senza autorità nella Chiesa?” (1 Cor 6,4)
Leggiamo nel Catechismo di don Milani, LEF, Firenze 1983, pp. 174-177):
Dal vangelo di Matteo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli ”(Mt 5, 3-10).
La gente restò, non potevano neanche rifiatare per l'emozione. Era tutto così nuovo!
Fino ad allora s'era sempre sentito dire: Beati i ricchi, beati chi mangia e beve bene e si prende tutti i divertimenti buoni e cattivi, ed è rispettato da tutti.
Ma se Gesù è il Cristo mandato da Dio, forse ha ragione lui e tutto il mondo fino a ora non ha capito nulla. E se Gesù ha ragione, allora bisognerà rovesciare tutta la nostra vita e il nostro modo di pensare. Se no, non potremo entrare nel Regno di Dio.
E Gesù intanto seguitava:
Amate i vostri nemici,
fate del bene a chi vi vuole male,
benedite chi vi maledice,
pregate per chi inventa male di voi.
Se no, non siete figli del vostro Padre che è nei cieli.
Lui fa levare il sole e manda la pioggia tanto sul campo di chi gli vuol bene come su quello di chi lo bestemmia.
Se uno vi dà un ceffone sulla guancia porgetegli anche quell'altra. Se vi porta via il mantello, dategli anche il vestito.
E come vorreste che gli uomini facessero a voi, così fate voi a essi .
Il discorso della montagna ha emozionato certo anche te.
Ma qui non ne hai letto che un pezzetto.
Guardati nel cuore
Sei come Gesù ti vuole?
Ti sforzi a diventarlo?
Hai rovesciato la tua vita?
Hai rovesciato il tuo modo di pensare?
Ti piace ancora la ricchezza?
Ti parrebbe ancora una fortuna essere ricco, o una disgrazia?
Accetti con gioia i dolori?
Perdoni subito chi ti offende?
Ti vendichi?
Fai sempre agli altri quel che vorresti facessero a te?
Quando fai il bene lo fai per farti vedere dalla gente o lo fai in segreto, davanti a Dio solo?
Nel riprendere Esperienze pastorali, in cui tra l'altro alcuni industriali pratesi fanno una figura meschina (ossequienti formalmente con le gerarchie, sostenitori del partito cristiano ma spesso spregiatori dei loro operai, ai quali non danno mai la paga dovuta e li minacciano e li deridono in modo vergognoso), nel rileggere parti di questo libro, dicevo, ho trovato questo pensiero:
“per un prete quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. E [la chiesa] vedersela vuotare ogni giorno di più”.
Ci vedo un po' l'attuale situazione della Chiesa in Italia: tanti politici che contano si definiscono cattolici, bravi fedeli, difensori della famiglia (meglio: delle famiglie, visto che in media ne hanno due o tre) e della fede a spada tratta; e tanti, anche fra i prelati, ci cascano: sembra che stiano più a cuore questioni come l'ora di religione, i bonus per le scuole confessionali o l'Ici da non pagare sui edifici ecclesiastici, piuttosto che il rispetto sostanziale delle persone, la difesa degli indigenti...Molti di noi hanno letto la lettera di quel signore che nel Bresciano ha saldato i conti per coloro che non pagavano la mensa per i figli piccoli (qualche furbo e tanti poveracci, equamente suddivisi tra indigeni e stranieri). E molti hanno letto anche le risposte inviperite di tanti cittadini: “Ma voi delle belle parole lavorate? avete famiglia? avete figli che vanno a scuola? avete l'orgoglio di farcela da soli o siete come quelle persone che si dicono: 'tanto qualcuno ci pensa' ?!”. Risposte da far venire i brividi, sia come cittadini sia come cristiani. Avete sentito il parroco o il vescovo locale intervenire contro simili bestialità? Li avete visti in TV per bacchettare certe barbarie? Ma forse l'hanno fatto per il bene comune, per non inimicarsi il deputato del luogo, qualche potente autoctono che gli sovvenziona qualcosa...Don Lorenzo sarebbe intervenuto di sicuro. Il fatto è che siamo a corto di maestri, ci manca chi ci indichi la direzione. Tante stelle polari si sono estinte (Giovanni Vannucci, Davide Turoldo, Ernesto Balducci...) e all'orizzonte non vedo sorgere luci nuove.
Infine a lui, che la sapeva usare davvero, lascio la parola, a don Lorenzo, con alcune sue citazioni:
L’arte dello scrivere è la religione. Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo si intuiscono e le fa trovare a noi e agli altri. Per cui essere maestro, essere sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa (dalle Lettere).
È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui (da Lettera ad una professoressa).
In quanto alla loro vita di giovani di domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siamo cambiate (...) E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede (da Lettera ai Giudici).
Se la vita è un bel dono di Dio non va buttata via e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è buttar via un bel dono di Dio. È un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo. E mi pare una cosa orribile perché il tempo è poco, quando è passato non torna (da Una lezione alla scuola di Barbiana).
Non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale (da Esperienze pastorali).
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