Beati gli umili: Giorgio La Pira
2° incontro del ciclo "Le Beatitudini di ogni giorno", Lunedì 10 Gennaio, ore 21.15, Canneto.
(Testo scritto da Francesca Magazzini.)
“Ho attraversato varie volte i sotterranei del pensiero: ho bussato a molte porte, come un povero mendicante, per avere pane di sapere, ho rifatto mille strade, mille mondi, ho amato mille cose: sono stato troppo vagabondo in questo errare senza posa alla ricerca di un po’ di pace per l’anima mia: io ho sempre avuto in me sete di ascesi, sete di profondo annullamento del mio essere che si ricollega a Dio”
(da una lettera di La Pira a Quasimodo, ottobre 1922)
1. Gli anni siciliani
Giorgio La Pira nasce a Pozzallo, nel sud della Sicilia, il 9 gennaio 1904. A dieci anni va dallo zio Luigi Occhipinti a Messina, per proseguire gli studi. Lo zio gestisce un commercio di vini, tabacchi e liquori di cui Giorgio diviene collaboratore; massone e anticlericale, non vuole neanche vederlo parlare con i preti. La sua formazione giovanile si compie nella Messina del terremoto; fa parte di un gruppo di giovani che respirano a pieni polmoni l’aria che circola. Rifiutano l’Italia di Giolitti giudicata troppo umile e rassegnata, si entusiasmano per D’Annunzio e Marinetti perché incarnano la ribellione, l’anticonformismo; ma, allo stesso tempo, leggono moltissimo e si avvicinano ad altre esperienze. Del gruppo fa parte Salvatore Quasimodo. Consegue la maturità e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza.
Nel 1924, durante la Messa di Pasqua succede qualcosa che lo porta a consacrare la vita a Dio; La Pira dunque decide di consacrarsi a Dio: il suo desiderio però è di svolgere il suo apostolato nel mondo.
I motivi li spiega in una lettera alla zia Settimia.
Lettore
(…) vorrei che il fuoco che brucia nella mia anima bruciasse nelle altre: affinché il Cielo e la gioia venissero infine a prendere stanza nelle anime. (…) Lo stato attuale mio si esprime in una sola parola: sono un libero apostolo del Signore felice di amarne e di proclamarne l'ineffabile bellezza e misericordia. (…) Che il Signore abbia messo nella mia anima il desiderio delle grazie sacerdotali non c'è dubbio: solo, però, che Egli vuole da me che io resti col mio abito laico per lavorare con più fecondità nel mondo laico lontano da Lui. Ma la finalità della mia vita è nettamente segnata: essere nel mondo il missionario del Signore: e quest'opera di apostolato va da me svolta nelle condizioni e nell'ambiente in cui il Signore mi ha posto.
Preghiera:
Signore fa’ di me uno strumento della tua pace
Dove c’è odio, io porti amore.
Dove c’è discordia, io porti l’unione.
Dove c’è errore, io porti la verità.
Dove c’è dubbio, io porti la fede.
Dove c’è disperazione, io porti la speranza.
O Divino Maestro,
che io non cerchi tanto di essere consolato quanto di consolare.
Non di essere compreso quanto di comprendere.
Non di essere amato, quanto di amare.
Infatti: donando si riceve.
Dimenticandosi si trova comprensione.
Perdonando si è perdonati.
Morendo si risuscita a nuova vita.
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2. I primi anni a Firenze
Il giovane Giorgio La Pira arriva a Firenze nel 1926, seguendo il professore con cui sta preparando la tesi in storia del Diritto Romano. Viene per laurearsi, e ci rimarrà tutta la vita. È un amore a prima vista. A Firenze La Pira studia, insegna, partecipa alle attività caritative della San Vincenzo de’ Paoli. Lo chiamano “il professorino”; quando è lui a parlare alle riunioni della Gioventù Cattolica c’è sempre il pieno. Nel frattempo, rinnova l’adesione al Terz’ordine Domenicano, e sceglie come abitazione una cella nel convento di San Marco. Qui resterà fino a che la tendenza a ammalarsi di bronchite non lo costringerà a trasferirsi; ma tornerà spesso a pregare e a condividere la mensa con i frati. Il desiderio di consacrarsi a Dio lo porta anche ad essere tra i fondatori, nel 1928, dell’Istituto dei Missionari della Regalità di Cristo, voluto da padre Agostino Gemelli , un istituto secolare presso il quale prenderà i voti di povertà, obbedienza, castità.Gli anni trenta a Firenze sono anni pieni di fermento. Ci sono i poeti, gli scrittori: Giovanni Papini, Piero Bargellini... Tra le persone che hanno maggiore influenza su La Pira c’è don Giulio Facibeni, il fondatore della “Madonnina del Grappa”. E il cardinale Elia Dalla Costa, con il quale La Pira si consiglia prima di qualsiasi decisione e che tante volte lo difenderà dalle critiche e dalle malignità. La Pira frequenta anche la casa di don Raffaele Bensi, che diviene suo padre spirituale e confessore. È qui, come racconta lo stesso La Pira, che nasce l’idea della “Messa dei Poveri” nella chiesetta di San Procolo
Lettore
L’Opera di San Procolo fu fondata da La Pira nel 1934 all’età di trent’anni.L’idea fondamentale era quella di riunire nella Chiesa di San Procolo tutti i più poveri e i più dimenticati cittadini di Firenze intorno all’Eucarestia domenicale. I frequentatori di questa Messa, che fu chiamata in modo riduttivo “ Messa dei Poveri “, venivano dai vicoli più bui della città: il dormitorio, l’ospizio, le carceri, gli ospedali.
Dopo la Messa il Professore parlava ai presenti e pregava con loro per i grandi temi della pace, della giustizia e della Chiesa. Si distribuiva un pane benedetto e veniva offerto un piccolo obolo, che non era un’elemosina ma il segno di una condivisione che poteva aspirare ad azioni più alte e significative.Questa idea evangelica ebbe un successo straordinario, tanto che dopo pochi anni l’Eucarestia si celebrò nella più grande e vicina Badia Fiorentina e dopo la fine della guerra si aprirono altre Chiese come Santi Apostoli e il Cestello. Fu raggiunto il numero di 1500 partecipanti.Il Professore frequentò assiduamente questa Messa fino alla sua morte, eleggendola a centro di comunicazione e affidamento nella preghiera di tutta la sua azione pubblica nazionale ed internazionale.Dopo la morte del Professore, Fioretta Mazzei ne garantì la continuazione. Ancora oggi, dopo la morte di Fioretta, alle nove di ogni domenica mattina nella Chiesa della Badia si celebra questa Eucarestia, frequentata da circa 200 fratelli.
Lettore
Dal vangelo di Matteo (Mt 25, 31-40)
Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
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3. Principi, la guerra, la liberazione
È proprio dagli impegni di carità che nascerà la passione politica di La Pira che per lui è un modo più efficace per fare del bene. La Chiesa da tempo aveva capito che il crollo del regime fascista era vicino e si doveva preparare una classe politica nuova, in grado di diventare protagonista nella ricostruzione della società: il giovane La Pira occupa un ruolo importante. La Pira partecipa agli incontri clandestini che sin dal 1940 si svolgono a Milano, nell’ambito dell’Università Cattolica, insieme a Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, Amintore Fanfani. In quegli stessi anni, viene invitato spesso ai raduni del Movimento Laureati Cattolici e della FUCI ; quando, nel 1943, a seguito di questa intensa attività viene redatto il Codice di Camaldoli, vero e proprio manifesto di impegno politico elaborato da intellettuali e studiosi cattolici, La Pira figura ufficialmente tra gli esperti consultati per la stesura del documento.
Nel 1939 fonda la rivista Principi, sulle cui pagine difende in maniera coraggiosa il valore della persona umana e la libertà e che viene soppressa dal regime fascista.Nel periodo delle persecuzioni razziali si dedica anche ad aiutare famiglie di ebrei a nascondersi nei conventi.Quando la città è occupata dai nazisti, nel 1943, La Pira, ricercato, si rifugia a Roma, in casa di monsignor Giovambattista Montini, il futuro papa Paolo VI.
In questo periodo tiene corsi di dottrina sociale all’università Lateranense nei quali La Pira sottolinea l’urgenza, per i laici cristiani, di passare dalla preghiera all’impegno sociale: nasce La nostra vocazione sociale.
Lettore
(…) Si può essere nella fame e avere Dio nel cuore! si può essere schiavi e avere l'anima liberata e consolata dalla grazia di Dio! D'accordo: ma questo concerne me, non concerne gli altri. lo posso, per mio conto, ringraziare Iddio di concedermi il dono della fame, della persecuzione, dell'oppressione, della ingiustizia, dell'ingiuria, ecc.; ma se i miei fratelli si trovano in tale stato, io sono tenuto a intervenire per soccorrerli; se non lo avrò fatto, il Signore me lo dirà con parole terrificanti nel giorno del giudizio: 'Ebbi fame e non mi sfamasti, fui carcerato e non mi visitasti '! Si allude forse a opere puramente individuali? Anche a queste, ma non soltanto a queste; in questo dovere dell'amore operoso è inclusa -nei limiti delle proprie capacità e possibilità- la trasformazione sociale.(...) Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa 'brutta'! No: l'impegno politico -cioè l'impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall'economico è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità. Da ' La nostra vocazione sociale '
Canto:
Dio è morto
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4. Alla Costituente e al governo
Quando torna a Firenze dopo la Liberazione, nel 1944, La Pira è uno degli esponenti più preparati del movimento cattolico italiano. Il 2 giugno del 1946, viene eletto a far parte dell'Assemblea Costituente.All’interno della Costituente, La Pira fece parte della prima sottocommissione, quella che scrisse i “Principi fondamentali”. Fu tra gli artefici del dialogo tra gli esponenti cattolici (tra gli altri Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, Amintore Fanfani, Aldo Moro) e i rappresentanti di altre correnti ideologiche (i socialisti Lelio Basso e Piero Calamandrei, il comunista Palmiro Togliatti). Tanti articoli della Costituzione italiana portano la sua firma: quelli sulla dignità della persona (articoli 2 e 3), sul rapporto tra stato e chiesa (articolo 7), quello in base al quale l’Italia ripudia la guerra (articolo 11). In Parlamento, insieme a Fanfani, Dossetti, Lazzati, compone il gruppo dei “professorini”: intransigenti nel porre come priorità assolute le questioni sociali e la lotta alla disoccupazione, sono spesso in contrasto con i vertici del governo e della Dc.
Come sottosegretario al lavoro nel primo governo De Gasperi, La Pira si trovò spesso a svolgere un difficile ruolo di mediatore in aspre battaglie, tra sindacati agguerriti, industriali non disposti a cedere e i ministri delle finanze poco inclini alla trattativa.
Seguendo gli economisti inglesi Keynes e Beveridge, La Pira indica, come obiettivo fondamentale dell’azione politica, la “piena occupazione”: dare lavoro a tutti non è un miraggio, ma un obiettivo possibile. La politica doveva rispondere, diceva La Pira, alle attese della povera gente: proprio questo è il titolo di un suo famoso articolo, che suscitò un profondo dibattito.
Lettore
L'attesa della povera gente (disoccupati e bisognosi in genere?) La risposta è chiara: un Governo ad obbiettivo, in certo modo, unico: strutturato organicamente in vista di esso: la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria. .. Un Governo, cioè, mirante sul serio (mediante l'applicazione di tutti i congegni tecnici, finanziari, economici, politici adeguati) alla massima occupazione e, al limite, al «pieno impiego ». Altra attesa -rispetto al governo- la povera gente né aveva, né ha: senza saperlo essa fa propria la tesi dell'Economist del Febbraio scorso: il «pieno impiego» è l'imperativo categorico fondamentale di un governo che sia consapevole dei compiti nuovi affidati agli Stati moderni. Ma volere seriamente la massima occupazione e, al limite, il pieno impiego, significa accettare alcune premesse e volere alcuni strumenti senza l'uso dei quali non è possibile raggiungere quel fine. C'è, anzitutto, una premessa di natura squisitamente cristiana: è vano -per un Governo- parlare di valore della persona umana e di civiltà cristiana, se esso non scende organicamente in lotta al fine di sterminare la disoccupazione ed il bisogno che sono i più temibili nemici esterni della persona. Che significa, infatti, che tutta la legge ed i Profeti si riassumono nell'unico comandamento dell'amor di Dio e dell'amor del prossimo? Che significa ama il prossimo tuo come te stesso? Vorrei io essere disoccupato, affamato, senza casa, senza vestito, senza medicinali? No, certo: e, quindi, questo no io devo anche pronunziare per i miei fratelli. Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: -che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle c. d. «leggi economiche» può farmi deviare da questo fine: devo sempre ricordarmi che il Vangelo non è un «libro di pietà» [anche!]: esso è anzitutto un «manuale di ingegneria» [parabola del costruttore, Mt. VII, 24-29]: cioè un rivelatore delle leggi costituzionali, ontologiche dell'uomo; le sole leggi che permettono una solida costruzione della vita personale, sociale e storica dell'uomo.
Tutti:
Preghiera per chi ha perso il lavoro
San Giuseppe, ti preghiamo per i disoccupati,per coloro che vorrebbero guadagnarsi la vita,o la vita della loro famiglia.Tu, che si il patrono dei lavoratori,aiuta la nostra società a vincere la disoccupazione,perché tutti coloro che sono capaci di lavorarepossono utilizzare le loro forze e le loro dotia servizio dei loro fratellicon un salario adeguato alla loro fatica.Tu, che sei il patrono delle famiglieNon permettereche coloro che hanno figli da mantenere e da educaremanchino alle risorse necessarie.Abbi pietà dei nostri fratelli costretti all’inazione e alla povertàa causa di malattie o di disordini sociali.Ispira ai governanti, ai capi d’impresa e a tutti i responsabiliiniziative e soluzioni giuste,perché tutti abbiano la gioia di contribuire,secondo le proprie capacità,alla prosperità comune guadagnandosi onestamente la vita.Fa’ che approfittiamo tutti insieme dei beni abbondantiche Dio ci ha donato, e che aiutiamo i paesimeno favoriti dei nostri. Amen.
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5. L'elezione a Sindaco di Firenze
La sinistra dossettiana della DC lascia il governo nel 1949.
Nel 1951 La Pira accetta, a seguito di forti pressioni esercitate anche da autorità religiose, di fare il Capolista per la Democrazia Cristiana nelle elezioni amministrative del 10 e 11 giugno. In seguito alla vittoria della coalizione quadripartita (DC, PLI, PRI, PSDI), La Pira, cui erano andate oltre 19000 preferenze, viene eletto per la prima volta Sindaco di Firenze. Nel 1952, La Pira dovrà dimettersi da parlamentare: per escludere La Pira dal Parlamento fu approvata una legge ad hoc, che stabilisce l’incompatibilità fra il mandato parlamentare e la funzione di sindaco di una grande città. Il 15 dicembre del 1952, il presidente della Camera Giovanni Gronchi scrive a La Pira per sollecitarlo a scegliere tra le due cariche. La risposta di La Pira è contenuta in un lapidario telegramma : “Davanti alla illegittima alternativa tra Montecitorio e Firenze, alla quale mi ha posto la Camera, scelgo Firenze, perla del mondo”.Giorgio La Pira siederà ancora alla Camera dal 1958 al 1960; e sarà nuovamente eletto deputato nel 1976, un anno prima di morire. Per il resto, non ricoprirà più nessun incarico politico di livello nazionale. Avrà anzi con i Palazzi romani e con i vertici della DC rapporti piuttosto difficili.
La Pira trova a Firenze il terreno più adatto in cui svolgere il suo impegno politico. La città diventa il laboratorio in cui mettere in pratica le sue idee, rivolgendo il suo impegno ai problemi concreti della povera gente. Un’esperienza amministrativa ricca e singolare, che Giovanni Paolo II in diverse occasioni ha voluto additare come esempio per i cristiani e non solo per essi. Giorgio La Pira aveva chiara la sua idea di città e dei diritti sociali che aveva contribuito a porre alla base della Costituzione. Nel novembre del 1951, racconta la sua esperienza di sindaco, in un convegno di giuristi cattolici in cui descrive le mille difficoltà e i grandi problemi da risolvere: ci sono famiglie senza casa, disoccupazione, miseria.Il nodo più drammatico da sciogliere è quello dell'emergenza casa. La Pira è preoccupato per l’aumento degli sfratti: 437 nel 1950, 799 nel 1951, per il 1952 ne sono previsti più di mille. Vara un programma di edilizia pubblica (le “case minime”) e, per fronteggiare l’emergenza, chiede ad alcuni proprietari immobiliari di affittare temporaneamente al Comune una serie di appartamenti vuoti. A seguito delle risposte negative, ordina la requisizione degli immobili.
Il provvedimento si basa su una legge del 1865, che dava facoltà ai sindaci di requisire qualsiasi proprietà privata in situazioni di emergenza o per motivi di ordine pubblico. La Pira rispolvera questa norma, e la applica alla situazione fiorentina. “Il problema di un alloggio ai senza tetto – recita l’ordinanza – riveste gli aspetti di una grave necessità pubblica”.
Lettore:
Giovanni Paolo II e La Pira
Giovanni Paolo II ha più volte ricordato La Pira, proponendolo come esempio di laico cristiano impegnato nell’ambito culturale e politico. Lo ha citato in occasione del Giubileo dei Politici e, in occasione di specifiche celebrazioni ha fatto giungere il suo messaggio e la sua benedizione.In particolare, il 26 aprile 2004, nell’ambito delle celebrazioni del centenario della nascita di La Pira, ha accettato di ospitare in Vaticano la riunione celebrativa che il Consiglio Nazionale dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni d’ Italia) ha voluto dedicare a La Pira ed ha concesso una udienza ai partecipanti.Nel corso dell’udienza il Pontefice ha tenuto una breve allocuzione nella quale ha ricordato tra l’altro che “ quella di La Pira fu una straordinaria esperienza di uomo politico e di credente, capace di unire la contemplazione e la preghiera all'attività sociale e amministrativa, con una predilezione per i poveri e i sofferenti.” “ Seguendo l'esempio di Giorgio La Pira –ha esortato il Papa- ponetevi generosamente al servizio delle vostre comunità, con una speciale attenzione alle fasce giovanili, favorendone anche il progresso spirituale. Non mancate di coltivare quei valori umani e cristiani che formano il ricco patrimonio ideale dell'Europa. Esso ha dato vita a una civiltà che nel corso dei secoli ha favorito il sorgere di società autenticamente democratiche. Senza fondamenti etici la democrazia rischia di deteriorarsi nel tempo e persino di scomparire. Grazie al contributo di tutti, il sogno di un mondo migliore può divenire realtà. Conceda Iddio all'umanità di vedere realizzata questa profezia di pace! ”
Canto: Andate per le strade
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6. La fine di una stagione
La fama di questo singolare personaggio, che i fiorentini chiamano ormai il “sindaco santo”, giunge presto anche all’estero. Per la sua attività, La Pira riceve però anche attacchi di ogni tipo. Viene accusato di fare il gioco dei comunisti; il giornale fiorentino La Nazione lo attacca quotidianamente, lo chiama “comunistello di sacrestia”; accuse e frecciate vengono anche da ambienti cattolici. Significativa la sua autodifesa in una lettera a PioXII . Alle elezioni comunali del 1956 La Pira, per quanto osteggiato dai poteri forti, riscuote un grande sostegno popolare (quasi 34000 preferenze). Però la nuova legge elettorale rende più instabile la maggioranza: La Pira è eletto sindaco ma dopo un anno deve lasciare la guida del Comune a un commissario prefettizio. Alle elezioni comunali, nel 1960, sarà di nuovo il più votato e guida la sua terza amministrazione, dal 1961 al 1965, sostenuto da una coalizione DC-PSDI-PSI. La costruzione di 17 nuove scuole, la sistemazione dell’acquedotto, il varo del nuovo piano regolatore, la valorizzazione dell’artigianato fiorentino e del Maggio musicale, sono i punti intorno ai quali si concentra il suo programma. Contemporaneamente accompagna il periodo conciliare e la speranza della distensione internazionale.
Alle nuove elezioni ottiene ancora un notevole successo, ma il clima politico è ormai deteriorato: La Pira denuncia le trame con cui, nelle segreterie dei partiti e nei “salotti” cittadini, si lavora per allontanarlo dalla politica.
Lettore:
A Pio XII - Non posso tacere
La Pira si sente implicitamente accusato per la sua azione politica nella vertenza Pignone da alcuni passaggi del messaggio natalizio di Pio XII in cui si faceva accenno a «quasi banditori carismatici». Ovviamente questa frase era stata interpretata come una sconfessione del sindaco e un severo richiamo a una politica decisamente anticomunista senza indulgenze a iniziative sociali.La risposta di La Pira è accorata ma ferma:
… come posso stare a capo di una città ove viene abbattuto -si tentò almeno di abbattere- l'intiero sistema industriale (le 3 fondamentali industrie cittadine)?La marea dei licenziati e delle rispettive famiglie viene da me, a Palazzo Vecchio; da me Sindaco di parte governativa; sindaco democristiano, credono; viene da me e mi chiede lavoro e assistenza! Ed io che potrei fare? Cosa dire? «Congiuntura economica»? Beatissimo Padre, quanta dolorosa menzogna sotto queste parole raffinate! «Ridimensionamento»! Io che conosco le reali possibilità di lavoro delle aziende: che conosco il tessuto di immoralità e di nequizia che si nasconde spesso sotto queste parole che sembrano così pudiche: sepolcri imbiancati!…Io non posso avallare, mai, l'iniquità: non conosco la tecnica del «complesso politico e diplomatico»: ho parlato chiaro ai fascisti; ho parlato chiaro, anzi più chiaro ancora, ai comunisti; parlo chiaro anche ai proprietari che non sono consapevoli delle gravi responsabilità connesse coi talenti che Dio loro affida. Non posso assistere impotente alle ingiustizie che si commettono sotto l'apparenza della legge.
La lettera è del 25 dicembre 1953
Preghiera
Mt 16,24 «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.» Signore Gesù, oggi ci proponi gli aspetti scomodi e onerosi dell'ideale cristiano. La croce, non si è mai disponibili né pronti per accettarla, contrasta con l'aspirazione umana che tende ad allontanare il dolore e raccogliere gioie. Chi si pone alla tua sequela va incontro a maltrattamenti e persecuzioni, va incontro alla tua stessa sorte. Il prezzo della coerenza è lo stipendio di chi ti ha scelto. Ci chiedi fiducia incorllabile in te, in te solo, senza posare il capo su altre sicurezze. Ci chiedi tutto, ma non prendi tutto. Ci chiedi salti nel vuoto e, fin quando non li faremo, non ci accorgeremo che in fondo ci sei tu ad aspettarci e non il vuoto. Non ci chiedi mai di togliere, ma per poter dare molto di più. Vinci sempre in generosità. Donaci il coraggio di seguirti e la forza di perseverare anche se bisogna remare contro corrente.
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7. L'impegno nella politica internazionale
In un celebre discorso pronunciato nel 1954 a Ginevra, La Pira affermò il diritto delle città a sopravvivere e quindi il dovere degli amministratori di operare per la pace.. Negli anni della guerra fredda convocò a Firenze i Covegni per la pace e la civiltà cristiana e poi i Colloqui mediterranei. Il punto di partenza era quello della inadeguatezza della guerra a risolvere i conflitti e della inevitabilità del negoziato: l’unica strategia capace di governare l’epoca della decolonizzazione e della presa di coscienza della fondamentale comunanza di destino dei popoliIn questa strategia rientrano anche i gemellaggi di cui La Pira si fece promotore, creando legami tra Firenze e le città di tutti i continenti: Reims, Fez, , Kiev, Filadelfia … “Bisogna unire le città - diceva - per unire le nazioni”. Organizzò anche, nel 1955, un convegno dei sindaci delle capitali del mondo: Washington, Varsavia, Londra, Parigi, Pechino, Mosca. Nel 1959 andò a Mosca, primo politico occidentale non comunista a varcare la “cortina di ferro”: un’esperienza importante che lo vide anche al Cremlino, dove non ebbe timori a sollevare il problema dell'ateismo di stato.Quello a Mosca è solo uno dei suoi tanti viaggi volti ad abbattere muri, costruire ponti coerentemente con l’ipotesi di fondo (storica e teologica) dell'unità della famiglia umana. Uno dei più delicati fu quello in Viet Nam dal quale riportò una offerta di trattative che avrebbe potuto evitare anni di inutile sanguinosa guerra. Altri viaggi importanti li fece in Medio Oriente: non ci potrà essere pace nel mondo, diceva, finché non ci sarà pace tra cristiani, ebrei, musulmani.
Lettore:
A Paolo VI - abbattere i muri, costruire i ponti
In questa lettera del 1970 La Pira scrive:
Unificare il mondo: ecco il problema -unico- di oggi: unificarlo facendo ovunque ponti ed abbattendo ovunque muri: ebbene, questa unificazione non è possibile -quasi non ha senso- se non passa (in certo modo) da Pietro: se, cioè, questa unificazione giuridica e politica fra gli Stati non è accompagnata dal rapporto unificante -giuridico e politico (in senso profondo)- fra gli Stati e la Chiesa! Questo il grande problema di oggi: rivedere la Chiesa come centro di gravità delle nazioni e come soggetto «l'altra parte» essenziale dell'ordinamento giuridico e politico del nuovo universo dei popoli e delle nazioni. (…)Ecco, allora, Beatissimo Padre, l'immenso valore -la grande attualità ed urgenza- dei contatti e dei rapporti della Chiesa con tutto il mondo «dell'Est» e «del Sud»: qui essa trova i nuovi interlocutori, «l'altra parte», capace -malgrado «l'ateismo ufficiale»- di vederne la struttura storica e giuridica, politica e spirituale, destinata a fare da «ossatura» al corpo delle nazioni.
Canto: Shalom
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8. Gli ultimi anni
Gli ultimi anni della sua vita, La Pira li trascorre tra i giovani, ospite dell’Opera per la Gioventù. Proprio i giovani erano state più volte al centro delle sue parole.
Dopo il 1965, pur non essendo più sindaco di Firenze, La Pira rimane al centro di mille contatti internazionali: come presidente della Federazione delle Città Unite viene invitato a tenere discorsi e conferenze in tutto il mondo. Si impegna attivamente per la pace e il disarmo. Parallelamente, si adopera all’interno della Chiesa per il dialogo ecumenico e la responsabilizzazione del laicato.E anche la politica nazionale lo chiama a nuovi impegni. La Pira è in prima linea nelle battaglie per il referendum sull'aborto e sul divorzio e difende con forza il valore della vita, della persona, della famiglia. Nel 1976, in un clima teso in cui le prospettive di dialogo tra le forze di progresso italiane rischiano, a suo parere, di immiserirsi in puri tatticismi la Democrazia Cristiana gli chiede nuovamente di candidarsi. È eletto deputato, ma la sua salute peggiora gravemente. Uno degli amici di sempre, Paolo VI, gli ribadisce la sua vicinanza con una commovente lettera.
Giorgio La Pira muore il 5 novembre 1977. Il giorno dopo, la salma viene esposta in San Marco: i fiorentini si riversano in massa a salutare il “sindaco santo”, mentre da tutto il mondo arrivano personalità della politica e della cultura, uomini di ogni nazione e religione. È sepolto nel cimitero di Rifredi, accanto a don Facibeni. Sulla sua tomba c’è una lampada, dono di alcuni ragazzi fiorentini, israeliani e palestinesi. Sopra c’è scritto “Pace, Shalom, Salam”.
Lettore:
L'omelia del cardinale Benelli
Nell’omelia che il cardinale Benelli pronunciò in Duomo ai funerali di La Pira affermò che “tutto si può capire di La Pira con la fede, niente si può capire di lui senza la fede”. E non c’è dubbio che questa è la chiave di lettura –l’unica e fondamentale- della vita del Professore.La sua basilare ipotesi di lavoro, espressa in ogni circostanza e in ogni luogo anche il più lontano dal suo credo, è sempre stata fondata sulla certezza della resurrezione di Cristo: “se Cristo è risorto, come è risorto...” soleva dire; e continuava affermando che, in tal caso, tutta la storia dei popoli è condizionata da questo evento.
Preghiera:
Il credo dei chiamati (San Paolo)
Noi crediamo che Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto (cfr. Ef 1,4).
- Noi crediamo che quelli che Egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo (Rm 8,29).
- Noi crediamo che Dio ci ha scelti fin dal seno materno, ci ha chiamati con la sua grazia e si compiace di rivelare a noi suo Figlio, perché lo annunziamo (Gal 1,15-16).
- Noi crediamo che Dio ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, affinché la nostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio (1Cor 1,27).
- Noi crediamo che a ciascuno Dio ha dato una manifestazione dello Spirito per l'utilità comune (1Cor 12).
- Noi crediamo di doverci comportare in maniera degna della vocazione che abbiamo ricevuto: con tutta umiltà, mansuetudine e pazienza, cercando di crescere in ogni cosa verso di Lui (Ef 4,1-2).
- Noi crediamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rm 8,28).
- Noi crediamo a colui che in tutto ha potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la sua potenza che già opera in noi (Ef 3,20).
- Noi crediamo che colui che ha iniziato in noi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù, perché colui che ci ha chiamati è fedele (Fil 1,6; 1Ts 5,24).
Canto: Resurrezione
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